29 maggio 2017 – «L’ambiente qui è molto ostile. A 4.500 metri di altitudine tutto diventa più difficile, ma mettendo a frutto l’esperienza di 100 anni di sfruttamento geotermico di Larderello, siamo riusciti a generare energia elettrica sostenibile e pulita per lo sviluppo della popolazione, a zero emissioni, e zero rumore». Simone Villani è l’«ostetrico» che ha fatto entrare in servizio a fine marzo la centrale geotermica dell’Enel nel deserto di Atacama sull’altopiano andino, in Cile, al confine con la Bolivia. La città più vicina, a 150 chilometri, è Calama. Villani è un ingegnere abituato alle sfide, ha avviato impianti in Canada, El Salvador, Messico e nella Foresta Amazzonica, «ma questa volta è diverso». Forse perché è una centrale quasi sul tetto del mondo tra lama e vigogne.
L’amministratore delegato dell’Enel, Francesco Starace, l’ha definito «l’impianto dei record»: «Il primo geotermico in America del Sud, il primo a ciclo binario dell’area, il più alto al mondo. Ce n’è un altro in Nepal, che è stato studiato da italiani tempo fa, ma a una altitudine inferiore. È stato un impianto estremamente complicato da costruire dal punto di vista logistico perché lavorare a 4.500 metri di altezza richiede un certo tipo di fisico e anche un certo tipo di organizzazione, non si possono fare orari lunghi. Abbiamo dovuto costruire il campo base, capace di accogliere oltre 700 persone, più in basso a 3.600 metri, attrezzandolo con una serie di infrastrutture rinnovabili». È stato installato un innovativo sistema di produzione di energia fotovoltaica e celle a combustibile con idrogeno.
In Cile, ma anche nel mondo, l’energia geotermica targata Enel Green Power parla toscano. Come Guido Cappetti, il general manager di Geotermica del Norte — la joint venture tra Enel Green Power Chile (81,7%) ed Empresa nacional del Petróleo, la società statale cilena degli idrocarburi (18,3%) — che ha realizzato la centrale. I lavori sono cominciati due anni fa ma il progetto — 320 milioni di dollari Usa l’intero investimento — ha preso le mosse nel 2005 quando l’Enel, entrata in Cile un po’ prima attraverso l’acquisto di una società americana con piccoli impianti idroelettrici, si rende conto delle potenzialità geotermiche del Paese e acquisisce due società che non avevano asset ma concessioni di esplorazione. Iniziano così le ricerche in tre zone: a El Tatio (dove poi si focalizzerà l’attenzione, in particolare nell’area di Apacheta), a Calaboso e Chillan.
«Stiamo completando la perforazione dell’ultimo di otto pozzi — racconta Martino Pasti, responsabile della centrale di Cerro Pabellón —, sei sono di produzione e due per la ri-iniezione del vapore condensato, così restituiamo al bacino geotermico la totalità del fluido estratto, assicurando la disponibilità della risorsa nel lungo termine, con un’alta sostenibilità ambientale. La centrale avrà due unità, la prima è entrata in servizio il 31 marzo scorso, la seconda partirà nella seconda metà dell’anno». A regime produrrà circa 340 GWh all’anno, equivalenti al fabbisogno di consumo di quasi 165 mila famiglie cilene. «Abbiamo anche realizzato una linea elettrica ad alta tensione di 85 chilometri — spiega Walter Moro, alla guida di Chile Renewable Energies — che collega l’impianto alla rete di trasmissione».
La linea attraversa i territori di sei comunità indigene. «Abbiamo avuto un ottimo rapporto e nessuna reale difficoltà con le comunità locali — ha riconosciuto Starace —. Abbiamo fatto un lungo lavoro con le persone che abitano la zona». Sono state coinvolte nel progetto attraverso il sostegno alla formazione di mini imprese locali, il supporto allo sviluppo e la donazione dell’accampamento una volta terminati i lavori. «Un processo di dialogo importante — ha spiegato Antonella Pellegrini, che ha seguito il progetto — . Abbiamo risposto a una domanda territoriale mai riconosciuta dallo Stato cileno». Le famiglie di Toconce sono state anche dotate di pannello solare e batterie. Una svolta: ora hanno l’elettricità tutto il giorno, prima solo per due ore.
(Fonte: Corriere della Sera)