ROMA – Lavoro agile nella Pubblica Amministrazione entro tre anni per almeno il 10% dei dipendenti: la direttiva Madia, che verrà presentata domani alla Confererenza Stato Regioni, apre le porte allo smart-working anche nel pubblico impiego. E si preparano a partire per prime la Presidenza del Consiglio e il ministero dell’Economia e delle Finanze, mentre tra le amministrazioni locali si contano già esperienze consolidate, come quelle della Provincia Autonoma di Trento. “Questa sperimentazione è la via verso il cambiamento, che porta con sé innovazione e inclusione sociale”, sottolinea il ministro della Pubblica Amministrazione Marianna Madia. Certo gli uffici pubblici potrebbero opporre maggiore resistenza al cambiamento, gli ostacoli potrebbero essere superiori a quelli che si riscontrano nelle aziende private: se n’è parlato stamane al Forum della Pubblica Amministrazione, in un convegno coordinato dal responsabile scientifico dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano Mariano Corso.
“Mi preoccupa l’esordio del ministero, che mi fa pensare a un approccio al lavoro agile che potrebbe essere troppo burocratico, troppo formale, tutt’altro che agile. – obietta Maurizio Sacconi, presidente della commissione Lavoro del Senato e “padre” della legge sullo smartworking e il lavoro autonomo approvata in via definitiva il 10 maggio – Infatti la direttiva Madia che verrà presentata domani alla Conferenza Unificata è di 25 pagine e prevede 40 adeguamenti per i dirigenti. Potrebbero poi costituire altrettanti ostacoli alla piena applicazione del lavoro agile nella Pubblica Amministrazione l’età media dei dipendenti, passata dai 43 anni del 2001 agli attuali 51, e il blocco della formazione, che ormai risale al 2010. Anche il sistema dei profili professionali è vecchissimo, risale all’83. Bisogna poi definire con molta attenzione il diritto alla disconnessione: l’impegno del lavoratore non può certo essere H-24″.
Insomma c’è molto lavoro da fare perché i pubblici dipendenti possano sperimentare e godere del lavoro a distanza, anche se Maurizio Del Conte, direttore dell’Anpal, la nuova agenzia per le politiche attive del lavoro, si è detto fiducioso non solo che presto lo smartworking possa fare il suo esordio su larga scala anche negli uffici pubblici, ma anche che possa costituire “il cavallo di Troia” per l’ingresso del lavoro per obiettivi e per una seria valutazione della performance, mirata all’aumento della produttività. “E’ una sfida enorme che comporta anche il ridisegno completo degli uffici”, ammette però Del Conte.
L’attuazione dello smartworking negli uffici pubblici richiede anche adeguamenti da parte dell’Inail: alla fine però gli svantaggi potrebbero superare i vantaggi perché si eliminerebbero tutti i rischi legati alla necessità di spostarsi dalla propria abitazione alla sede di lavoro. L’Osservatorio del Politecnico di Milano, dice Mariano Corso, prevede che dei potenziali cinque milioni di smart workers che ci saranno in Italia nei prossimi anni, 1,3 saranno proprio della Pubblica Amministrazione. I benefici saranno notevoli: aumento del 20% della produttività, risparmi in termini di spazio e spese di gestione tra il 20 e il 30%.
A breve partirà anche un progetto pilota coordinato dal dipartimento delle Pari Opportunità della Presidenza del Consiglio dei ministri: “Sono coinvolte 15 amministrazioni, – spiega la coordinatrice, Monica Parrella – le stiamo selezionando in questi giorni. Daremo la precenza alle amministrazioni dei grandi centri urbani, che hanno difficoltà legate alla presenza di molte sedi oppure a situazioni di emergenza, per esempio pensiamo agli uffici nelle zone terremotate”. “L’introduzione di tempi e modalità di lavoro più “agili” – sottolinea Parrella – possono costituire un incentivo e una facilitazione, consentendo l’individuazione di un giusto equilibrio tra tempi di lavoro e tempi di vita. Con il superamento della “cultura della presenza” le organizzazioni e le persone godono di maggiore autonomia nel definire le modalità di lavoro a fronte di una maggiore focalizzazione e responsabilizzazione sui risultati”.
(Fonte: La Repubblica)